Riflessioni di un Uomo

Mi sono lasciato coinvolgere dalla biodanza naturalmente, come se il mio corpo e la mia anima la sentissero confacente ai propri bisogni, vi trovassero gusto, soddisfazione, una realizzazione di me stesso.

Per tutti gli ambiti dell’esistenza trovo sempre più che c’è qualcosa che è più naturale di qualcos’altro per me stesso e suppongo anche per gli altri. I sensi me lo dicono, mi mettono sull’avviso; cibo, acqua inquinati, aria malsana, natura che diventa nemica o che perde la sua bellezza. Ma è così pure per le idee. Il cuore, i sentimenti, la mente mi dicono se certe idee sono sane, coerenti, ragionevoli, belle. Il nostro pensiero può creare grandi architetture di ragionamenti, grandi ideologie, la scienza può tentare di descrivere l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, ma poi tutte queste idee devono subire la cartina di tornasole, la prova non solo della coerenza e fondatezza logica e sperimentale, ma anche quella dei nostri sentimenti, dei nostri valori, delle relazioni tra gli uomini che ne discendono, dell’accettabilità fisica della fatica che impongono dei costi che comporta sia la realizzazione che il fallimento delle idee medesime.

Insomma sempre più mi penso e mi trovo materialmente come un’unità, con tutto me stesso, a giudicare le esperienze di questo mondo. Posso accettare come buona una cosa o un’idea se questa risulta buona per la mia mente come per il mio naso, per la mia anima come per i miei piedi. E la biodanza mi sa di buono.

E’ una tecnica di espressione secondo la musica, ma non è rigida. Quella stessa musica è già stata espressione del suo autore rispetto alle sue esperienze di vita, ai suoi sogni. Ed è come se noi ci lasciassimo stimolare da quella esperienza di vita e da quel sogno, come per trasmettere e far risuonare le cose belle e lasciar stimolare le nostre singole individualità ad inventare a loro volta qualcosa di nuovo e di bello da trasmettere.

C’è troppa poesia in questa descrizione, quando la realtà è ben diversa? Ma la natura è così.

Ogni fiore è diverso dall’altro o anche simile per famiglie, per gruppi anche a distanze lontane e i profumisono diversi, ma il tutto è un insieme vario ed allo stesso tempo coerente, collegato, cooperativo a formare un bei paesaggio, una buona atmosfera..

Una tecnica non rigida dicevo. Ne avevo bisogno io che non ho una conoscenza tecnica in nessun campo della vita, se non quello del linguaggio. Ma mi piace esprimermi e magari arrivare anche a maneggiare delle tecniche più rigide, sì mi piacerebbe fare della musica, ma passando per gradi di libertà, attraverso l’accettazione dei difetti, degli scarti, delle deviazioni da una tecnica eseguita in modo corretto. Forse proprio per questo la biodanza è curativa, perché non è rigida, promuove l’espressione a cominciare dal livello di partenza da cui uno si trova.

E’ una tecnica di relazione, sollecita a gettare ponti verso il resto dell’umanità, come li getta il bambino che nasce ed ha bisogno prima della mamma e del papa e poi di tanti altri. Guardare l’ altro negli occhi con intensità, con curiosità, con fiducia …

Ho anche sperimentato occhi riposanti dove il mio sguardo poteva fermarsi a riposare.

Toccare l’altro, abbracciare, accarezzarlo, baciarlo: tutte cose di cui siamo capaci e di cui abbiamo bisogno, ma che riserviamo a pochi, a uno, a nessuno. Io in particolare ho questa difficoltà che mi deriva dall’educazione prima e poi dalle scelte fin dal periodo adolescenziale di lasciar prevalere la mente rispetto al corpo.

 Una tecnica di riscoperta dei bisogni e delle potenzialità che sono nel bambino che è in noi, ma che aiuterebbero a creare un mondo più umano per gli adulti che siamo. Una tecnica di cui oggi abbiamo bisogno perché ci siamo allontanati dalla natura, da una riflessione che tenga conto delle gioie e delle sofferenze dell’uomo, dalla religione del Dio padre o madre, che ci fa tutti fratelli, e del Dio in noi. Una tecnica non tecnica come il canto dei contadini di un tempo che aiutava a compiere altre tecniche, a sopportare la fatica del lavoro, a vivere bene la vita. Una tecnica al servizio di ciò che è al di là della biodanza, la contiene e vi è contenuto: vi sono consonanze con la religione aperta del dio padre, con il pensiero gandhiano, ecologista, anarchico (Tolstoj, Bookchin).

Una tecnica al servizio della buona vita.

Guido

BioDanza: la Danza della Vita

Mi sono avvicinata quest’anno per la prima volta alla biodanza soprattutto per la curiosità che Rosanna era riuscita a suscitare in me riguardo a questa danza della vita, ma in parte anche spinta dalla ricerca di qualcosa di nuovo che mi potesse aiutare nel mio lavoro quotidiano di medico, bello ma a volte faticoso quando si cerca di instaurare anche un rapporto umano con il paziente.

Sono alla fine di un primo percorso di biodanza, forse potrei definirlo un assaggio, ma sento di poter fare alcune considerazioni.

Ricordo le impressioni del primo incontro, quando accoglievo il sorriso dei componenti del gruppo, ma ricordo anche l’impaccio nel mantenere su lo sguardo. Era più forte di me: ero abituata ad abbassare lo sguardo, nonostante mi consideri una ragazza aperta, avvertivo questa emozione di imbarazzo dentro di me. Prevaleva comunque la gioia di mettermi in gioco, la volontà di continuare a provare.

Ricordo bene il primo abbraccio, la prima carezza con persone che non conoscevo, ma che a poco a poco mi davano la sensazione che io le conoscessi da sempre. E così la biodanza diventò presto piacevole per me. Attendevo ogni incontro con trepidazione. Il gruppo faceva da nido ed allo stesso tempo era una palestra per nuove scoperte. Ogni vivencia era occasione per nuove emozioni o meglio era un momento di riscoperta di emozioni, capacità che sapevo di possedere, ma che la fatica della vita quotidiana mi avevano fatto perdere o diminuire.

Le musiche con il movimento del corpo mi davano delle sensazioni piacevoli, dal pianto liberatorio alla gioia di sentirmi accettata, gratificata dagli altri (i compagni del gruppo) e di accettare io gli altri. Nei giorni successivi tornavo al lavoro con più gioia, guardavo gli altri (i colleghi di lavoro, i pazienti) negli occhi, gli altri mi facevano meno paura, li vedevo meno ostili nei miei confronti, li consideravo pellegrini come me di uno stesso viaggio.

Trovavo che la biodanza mi faceva bene e che costituiva un allenamento per gli incontri nella vita quotidiana, quasi una prova di quel che dovrebbe accadere normalmente nella vita. A tal punto che le capacità apprese nella biodanza possono provocare situazioni che fanno riflettere sulle relazioni e i comportamenti umani considerati normali. Così quando incontrai, per la prima volta e per motivi di lavoro, il responsabile della mia azienda sanitaria, pur trattandosi di un incontro molto formale, al momento del commiato interpretai subito un movimento del suo capo come una disposizione al bacio di certe vivencie. Immediatamente feci per baciarlo ed allo stesso tempo intuii con grande imbarazzo che voleva solo girarsi per dedicare la sua attenzione già a qualcos’altro mentre mi salutava con la normale stretta di mano. Siamo abituati a non perdere tempo!

Fu una cosa buffa, ma anche l’occasione per verificare una volta di più che nella vita, diversamente da quanto la biodanza ci reinsegna a fare, manca l’attenzione per l’altro, il rispetto per l’uomo che abbiamo di fronte. Certo la fretta quotidiana distrugge i rapporti umani, siamo tutti immersi in una corsa frenetica, ma nessuno di noi sa dove corre. Ben venga allora la biodanza come esperienza per farci riscoprire i nostri compagni di un viaggio meno frenetico e competitivo.

Concludo con una speranza, un augurio. Che anche la medicina convenzionale, che i colleghi

medici, anche quelli a me vicini, scoprano questa tecnica psicocorporea per diventare sempre più umani e sempre meno tecnocrati o riparatori dell’uomo come se fosse una macchina.

 

Letizia