BioDanza: la Danza della Vita

Mi sono avvicinata quest’anno per la prima volta alla biodanza soprattutto per la curiosità che Rosanna era riuscita a suscitare in me riguardo a questa danza della vita, ma in parte anche spinta dalla ricerca di qualcosa di nuovo che mi potesse aiutare nel mio lavoro quotidiano di medico, bello ma a volte faticoso quando si cerca di instaurare anche un rapporto umano con il paziente.

Sono alla fine di un primo percorso di biodanza, forse potrei definirlo un assaggio, ma sento di poter fare alcune considerazioni.

Ricordo le impressioni del primo incontro, quando accoglievo il sorriso dei componenti del gruppo, ma ricordo anche l’impaccio nel mantenere su lo sguardo. Era più forte di me: ero abituata ad abbassare lo sguardo, nonostante mi consideri una ragazza aperta, avvertivo questa emozione di imbarazzo dentro di me. Prevaleva comunque la gioia di mettermi in gioco, la volontà di continuare a provare.

Ricordo bene il primo abbraccio, la prima carezza con persone che non conoscevo, ma che a poco a poco mi davano la sensazione che io le conoscessi da sempre. E così la biodanza diventò presto piacevole per me. Attendevo ogni incontro con trepidazione. Il gruppo faceva da nido ed allo stesso tempo era una palestra per nuove scoperte. Ogni vivencia era occasione per nuove emozioni o meglio era un momento di riscoperta di emozioni, capacità che sapevo di possedere, ma che la fatica della vita quotidiana mi avevano fatto perdere o diminuire.

Le musiche con il movimento del corpo mi davano delle sensazioni piacevoli, dal pianto liberatorio alla gioia di sentirmi accettata, gratificata dagli altri (i compagni del gruppo) e di accettare io gli altri. Nei giorni successivi tornavo al lavoro con più gioia, guardavo gli altri (i colleghi di lavoro, i pazienti) negli occhi, gli altri mi facevano meno paura, li vedevo meno ostili nei miei confronti, li consideravo pellegrini come me di uno stesso viaggio.

Trovavo che la biodanza mi faceva bene e che costituiva un allenamento per gli incontri nella vita quotidiana, quasi una prova di quel che dovrebbe accadere normalmente nella vita. A tal punto che le capacità apprese nella biodanza possono provocare situazioni che fanno riflettere sulle relazioni e i comportamenti umani considerati normali. Così quando incontrai, per la prima volta e per motivi di lavoro, il responsabile della mia azienda sanitaria, pur trattandosi di un incontro molto formale, al momento del commiato interpretai subito un movimento del suo capo come una disposizione al bacio di certe vivencie. Immediatamente feci per baciarlo ed allo stesso tempo intuii con grande imbarazzo che voleva solo girarsi per dedicare la sua attenzione già a qualcos’altro mentre mi salutava con la normale stretta di mano. Siamo abituati a non perdere tempo!

Fu una cosa buffa, ma anche l’occasione per verificare una volta di più che nella vita, diversamente da quanto la biodanza ci reinsegna a fare, manca l’attenzione per l’altro, il rispetto per l’uomo che abbiamo di fronte. Certo la fretta quotidiana distrugge i rapporti umani, siamo tutti immersi in una corsa frenetica, ma nessuno di noi sa dove corre. Ben venga allora la biodanza come esperienza per farci riscoprire i nostri compagni di un viaggio meno frenetico e competitivo.

Concludo con una speranza, un augurio. Che anche la medicina convenzionale, che i colleghi

medici, anche quelli a me vicini, scoprano questa tecnica psicocorporea per diventare sempre più umani e sempre meno tecnocrati o riparatori dell’uomo come se fosse una macchina.

 

Letizia